Favole

Fedro racconta in questa favola una situazione ricorrente dell’arte medica occidentale: un medico che costruisce la sua fortuna sulla stoltezza di una massa che approva le sue false conoscenze.

Un cattivo calzolaio, ridotto in miseria, si mise a esercitare la medicina in un paese dove non era conosciuto, e continuando a spacciare un antidoto, falso di nome e di fatto, si procurò con le sue abili chiacchiere una certa fama. Ora avvenne che il re della città fosse costretto a letto, sfinito da una grave malattia; questi, per metterlo alla prova, chiese un bicchiere, vi versò dell’acqua, fingendo di mescolare del veleno con l’antidoto e gli comandò di berlo fino in fondo, dopo avergli promesso un premio. Per paura di morire, lui allora confessò di essere diventato famoso come medico non già per una qualche competenza di quest’arte, ma per la stupidità della gente. Il re convocò quindi il popolo e pronunciò queste parole: «Che pazzia è la vostra? Riuscite a capirlo voi che non esitate ad affidare la vostra testa a uno cui nessuno ha mai consegnato i piedi da calzare?».
Direi che questo racconto riguarda coloro la cui stoltezza è occasione di guadagno per gli imbroglioni.

Fedro

L’Uomo della Sabbia

Il brano riportato da uno dei più celebri racconti di Hoffmann racconta la pazzia di Nathanael dopo aver visto l’orrorifica figura di Coppelius strappare gli occhi e rapire quella che il protagonista crede essere la moglie di Spalanzani. In realtà quest’ultima non è che un automa: tuttavia, il gesto di strappare gli occhi si ricollega alla paura dell’Orco Insabbia; questo porta ad uno stato di terribile follia il protagonista.

Spallanzani si dimenava per terra, schegge di vetro gli avevano tagliuzzato il capo, il petto e le braccia e il sangue gli scorreva fuori come da una polla d’acqua. Ma raccolte tutte le sue forze gridò: «Corrigli dietro… corrigli dietro cosa aspetti?… Coppelius… Coppelius mi ha rubato il mio miglior automa… ci ho lavorato vent’anni… ci ho messo anima e corpo… l’orologeria… la parola… i passi… mio, tutto mio… gli occhi… gli occhi rubati a te… dannato… maledetto, corrigli dietro… va’ a prendergli Olimpia… prenditi i tuoi occhi».

E Nataniele vide un paio di occhi sanguinanti sul pavimento che lo fissavano; Spallanzani li afferrò con la mano illesa e glieli scagliò contro colpendolo sul petto.

La follia allora lo attanagliò con artigli roventi e gli penetrò profondamente nell’anima, dilaniandogli la mente e il pensiero.

«Hu, hu, hu… cerchio di fuoco… cerchio di fuoco… gira, cerchio di fuoco… allegro… allegro… bambola di legno, hu, bella bambola di legno, gira…» E si scagliò contro il professore e lo strinse alla gola. Lo avrebbe strangolato se tutto quel fracasso non avesse richiamato molta gente che afferrò l’impazzito Nataniele, sottraendogli il professore che fu subito medicato. Sigismondo per quanto forte non riusciva a tener fermo il forsennato che continuava a gridare con voce orribile: «Bambola di legno, gira, gira» e roteava i pugni.

Infine, unite tutte le forze, riuscirono a sopraffarlo e, gettatolo a terra, a legarlo. Le sue parole si trasformarono in mugolii bestiali. E così pazzo furioso fu portato al manicomio.

Ernst T. A. Hoffmann

Fonte: Ernst T. A. Hoffmann, L’uomo della sabbia e altri racconti, Mondadori, 2019.

Memorie dal Sottosuolo

Il protagonista delle memorie nell’incipit del romanzo descrive il proprio tipo di disagio sociale, di malattia dell’anima che lo porta a ferire le persone intorno a lui, ed il rapporto con i medici.

Sono un uomo malato… Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole. Credo di avere mal di fegato. Del resto, non capisco un accidente del mio male e probabilmente non so di cosa soffro. Non mi curo e non mi sono mai curato, anche se rispetto la medicina e i dottori. Oltretutto sono anche estremamente superstizioso; be’, almeno abbastanza da rispettare la medicina. (Sono abbastanza colto per non essere superstizioso, ma lo sono.) Nossignori, non voglio curarmi per cattiveria. Ecco, probabilmente voi questo non lo capirete. Be’, io invece lo capisco. Io, s’intende, non saprei spiegarvi a chi esattamente faccia dispetto in questo caso con la mia cattiveria; so perfettamente che neppure ai medici potrò “farla” non curandomi da loro; so meglio di chiunque altro che con tutto ciò nuocerò unicamente a me stesso e a nessun altro. E tuttavia, se non mi curo, è per cattiveria. Il fegato mi fa male, e allora avanti, che faccia ancor più male!

Fëdor Dostoevskij

Papà Goriot

Antologizziamo qui la scena della morte di Goriot, fiaccato dagli anni e dalle delusioni della vita, tra le quali un amore patologico e non corrisposto per le figlie, che si segnalano per la loro distanza ed assenza nei confronti del padre.

«Non dimentichi Sylvie», bisbigliò la signora Vauquer all’orecchio di Eugène, «sono due notti che veglia».
Appena Eugène ebbe voltato le spalle, la vecchia corse dalla cuoca. «Prendi le lenzuola rivoltate, numero sette. Perdio, vanno anche troppo bene per un morto», le disse all’orecchio.
Eugène, che aveva già salito qualche scalino, non sentì le parole della vecchia locandiera.
«Forza», gli disse Bianchon, «infiliamogli la camicia. Tienilo diritto».
Eugène si mise a capo del letto e sorresse il moribondo al quale Bianchon tolse la camicia. Il vecchio fece un gesto quasi volesse trattenere qualcosa sul petto, ed emise dei gridi lamentosi e inarticolati, come un animale che abbia un grande dolore da esprimere.
«Ah, sì!», fece Bianchon. «Vuole una catenella di capelli con un piccolo medaglione che prima gli abbiamo
tolto per applicare le sanguisughe. Pover’uomo! Bisogna rimettergliela. È sul caminetto». Eugène andò a prendere una catenella intrecciata di capelli biondo cenere, sicuramente quelli della signora Goriot. Su una faccia del medaglione lesse: Anastasie, e sull’altra: Delphine. Immagine del suo cuore che riposava
sempre sul suo cuore. I riccioli che conteneva erano talmente fini che dovevano essere stati tagliati nella loro prima infanzia. Quando il medaglione gli toccò il petto, il vecchio fece un haan prolungato che manifestava una soddisfazione terribile a vedersi. Era uno degli ultimi echi della sua sensibilità, che pareva ritrarsi in quel centro sconosciuto, origine e punto d’arrivo delle nostre simpatie. Il suo viso contratto assunse un’espressione di gioia morbosa. I due studenti, colpiti da quella tremenda esplosione di forza affettiva che sopravviveva al pensiero, piansero calde lacrime che caddero sul moribondo strappandogli un grido di acuto piacere.
«Nasie! Fifine!», esclamò.
«È ancora vivo», disse Bianchon.
«A che gli serve?», chiese Sylvie.
«A soffrire», rispose Rastignac.
Dopo aver fatto cenno al compagno perché lo imitasse, Bianchon s’inginocchiò per infilare le braccia sotto le gambe del malato, mentre Rastignac s’inginocchiava dall’altra parte del letto per infilarle sotto la schiena. Sylvie si teneva pronta a tirar via le lenzuola appena il moribondo fosse stato sollevato, per sostituirle con quelle che aveva portato. Ingannato forse dalle lacrime, Goriot impiegò le ultime forze per tendere le mani incontrando ai due lati del letto le teste degli studenti. Le afferrò con violenza per i capelli, e lo si udì mormorare fievolmente: «Ah! Angeli miei!».
Due parole, due mormorii espressi dall’anima che così sospirando volò via.

Honoré de Balzac

I Fiori del Male

Baudelaire descrive nella poesia proemiale della sua opera poetica la malattia più pericolosa che infetta il corpo umano e sociale: la noia.

AL LETTORE
La stoltezza, l’errore, il peccato, l’avarizia, abitano i nostri spiriti e agitano i nostri corpi; noi nutriamo amabili rimorsi come i mendicanti alimentano i loro insetti.
I nostri peccati sono testardi, vili i nostri pentimenti; ci facciamo pagare lautamente le nostre confessioni e ritorniamo gai pel sentiero melmoso, convinti d’aver lavato con lagrime miserevoli tutte le nostre macchie.
È Satana Trismegisto che culla a lungo sul cuscino del male il nostro spirito stregato, svaporando, dotto chimico, il riccometallo della nostra volontà.
Il Diavolo regge i fili che ci muovono! Gli oggetti ripugnanti ci affascinano; ogni giorno discendiamo d’un passo verso l’Inferno, senza provare orrore, attraversando tenebre mefitiche.
Come un vizioso povero che bacia e tetta il seno martoriato d’un’antica puttana, noi al volo rubiamo un piacere clandestino e lo spremiamo con forza, quasi fosse una vecchia arancia.
Serrato, brulicante come un milione di vermi, un popolo di demoni gavazza nei nostri cervelli, e quando respiriamo, la morte ci scende nei polmoni quale un fiume invisibile dai cupi lamenti.
Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l’incendio, non hanno ancora ricamato con le loro forme piacevoli il canovaccio banale dei nostri miseri destini, è perché non abbiamo, ahimé, un’anima sufficientemente ardita.
Ma in mezzo agli sciacalli, le pantere, le cagne, le scimmie, gli scorpioni, gli avvoltoi, i serpenti, fra i mostri che guaiscono, urlano, grugniscono entro il serraglio infame dei nostri vizi, uno ve n’è, più laido, più cattivo, più immondo. Sebbene non faccia grandi gesti, né lanci acute strida, ridurrebbe volentieri la terra a una rovina e in un solo sbadiglio ingoierebbe il mondo.
È la Noia! L’occhio gravato da una lagrima involontaria, sogna patiboli fumando la sua pipa. Tu lo conosci, lettore, questo mostro delicato – tu, ipocrita lettore – mio simile e fratello

Charles Baudelaire

Paradisi Artificiali

Baudelaire descrive in questa originalissima opera gli effetti sul pensiero e sulla percezione delle droghe. Antologizziamo i brani riguardanti l’oppio.

L’oppio ingrandisce le cose che già non hanno limite, allunga l’infinito, approfondisce il tempo, scava nella voluttà e riempie l’anima al di là delle sue capacità di neri e cupi piaceri.
Ma tutto ciò non vale il veleno che sgorga dai tuoi occhi, dai tuoi occhi verdi, laghi in cui la mia anima trema specchiandovisi rovesciata… I miei sogni accorrono a dissetarsi a quegli amari abissi.
Tutto questo non vale il terribile prodigio della tua saliva che morde, che sprofonda nell’oblìo la mia anima senza rimorso, e trasportando la vertigine, la rotola estinta alle rive della morte!

[…]
Esasperato al pari d’un ubbriaco che vede doppio, rientrai a casa, serrai la porta, pieno di spavento, malato, infreddolito, l’anima febbrile e turbata, ferito dal mistero e dall’assurdo. Invano la mia mente voleva riprendere il timone; la tempesta, mulinando, rendeva inutili i suoi sforzi e la mia anima, vecchia barca senza alberi, ballava e ballava su un mare mostruoso e illimitato.

Charles Baudelaire

Don Chisciotte

Il brano antologizzato è tratto dall’inizio del romanzo: Don Chisciotte impazzisce immergendosi nei mondi possibili dell’universo cavalleresco: egli decide di divenire un cavaliere in piena età moderna, divenendo l’eroe anacronistico per eccellenza.

Cosicché per il poco dormire e per il molto leggere gli si prosciugò il cervello, in modo che venne a perdere il giudizio. La fantasia gli si riempì di tutto quel che leggeva nei libri, sia d’incantamenti che di litigi, di battaglie, sfide, ferite, di espressioni amorose, d’innamoramenti, burrasche e buscherate impossibili. E di tal maniera gli si fissò nell’immaginazione che tutto quell’edifizio di quelle celebrate, fantastiche invenzioni che leggeva fosse verità, che per lui non c’era al mondo altra storia più certa. […] Col senno ormai bell’e spacciato, gli venne in mente pertanto il pensiero più bislacco che mai venisse a pazzo del mondo; e fu che gli parve opportuno e necessario, sia per maggiore onore suo come per utilità da rendere alla sua patria, farsi cavaliere errante, ed andarsene armato, a cavallo, per tutto il mondo in cerca delle avventure e a provarsi in tutto quello che aveva letto essersi provati i cavalieri erranti, spazzando via ogni specie di sopruso, e cacciandosi in frangenti ed in cimenti da cui, superandoli, riscuotesse rinomanza e fama immortale. Già si vedeva il poveretto coronato dal valore del suo braccio, Imperatore di Trebisonda per lo meno; e quindi, rivolgendo in mente così piacevoli pensieri, rapito dal singolare diletto che vi provava, si affrettò a porre in opera il suo desiderio. E la prima cosa che fece fu di ripulire certe armi appartenenti ai suoi avi, che, arrugginite e tutte ammuffite, da secoli e secoli erano state messe e dimenticate in un canto. Le ripulì e le rassettò meglio che poté, ma vide che avevano un grave difetto; non c’era una celata con la baviera a incastro, ma solo un semplice morione. A questo però supplì la sua ingegnosità, poiché con certi cartoni fece una specie di mezza celata che, incastrata col morione, faceva la figura di una celata intera.

Miguel de Cervantes

Fonte: Corrado Bologna, Paola Rocchi, Fresca Rosa Novella, vol. 2 A, pp. 155-156.

Jane Eyre

Jane Eyre assiste alla morte dell’amica Helen a causa della tubercolosi: nel brano che antologizziamo assistiamo alla scena culminante.

«Dunque, Helen, sei sicura che esiste il cielo e che le nostre anime potranno raggiungerlo quando moriremo?».
«Sono sicura che vi è un futuro; credo che Dio sia buono; posso affidare a Lui la parte immortale di me stessa senza alcuna apprensione. Dio è il mio padre; Dio è il mio amico: io Lo amo e credo che Egli ami me».
«E ti rivedrò, Helen, dopo la morte?».
«Verrai nello stesso mondo di felicità: sarai ricevuta da quello stesso padre potente e universale, non aver
dubbi, cara Jane».
Feci ancora domande, ma solo entro di me. «Dov’è questo mondo? Esiste?». E strinsi più forte le braccia
attorno a Helen; mi sembrava più cara che mai, avevo l’impressione di non potere lasciarla partire. Giacevo col volto nascosto nel cavo della sua spalla; adesso lei mi diceva in tono dolcissimo:
«Come mi sento bene! Quest’ultimo accesso di tosse mi ha un po’ stancata; credo di poter dormire; ma non lasciarmi, Jane; mi piace sentirti vicina».
«Starò con te, cara Helen: nessuno mi porterà via».
«Sei al caldo?».
«Sì».
«Buona notte, Jane».
«Buona notte, Helen».
Mi baciò, la baciai e ci addormentammo insieme.
Quando mi svegliai era giorno: mi aveva destato un movimento insolito; guardai; ero nelle braccia di qualcuno; l’infermiera mi sosteneva riportandomi lungo il corridoio verso il dormitorio. Non fui sgridata per aver lasciato il mio letto; avevano altro da pensare; non mi diedero allora alcuna spiegazione a tutte le domande che feci; ma un paio di giorni dopo seppi che la signorina Temple, tornando nella sua stanza verso l’alba, mi aveva trovata nel lettino, il volto contro la spalla di Helen Burns, le braccia strette al suo collo. Io ero addormentata e Helen era… morta.
La sua tomba è nel cimitero di Brocklebridge: per quindici anni dopo la sua morte rimase coperta solo da un piccolo tumulo erboso; ma adesso una lapide di marmo grigio segna quel luogo con inciso il suo nome e la parola «Resurgam».

Charlotte Brontë

La Vita è Sogno

Il principe Sigismondo vive rinchiuso in una torre per volere di suo padre. La sua esistenza si svolge sul filo tra sogno e realtà, senza la possibiltà di ricomporre questa dicotomia. In questo brano il principe descrive la propria condizione.

Sigismondo (solo)
So che esistiamo in mondo singolare
dove vivere è sognare…
e l’esperienza mi insegna
che l’uomo che vive sogna
fino a farsi ridestare….
Sogna il re il suo trono, e vive
nell’inganno… comandando…
disponendo e governando…
e l’applauso che riceve
in prestito… nel vento scrive….
e in cenere lo converte
la morte… sventura forte!
Chi ancora vorrà regnare…
dovendosi ridestare
nel sogno della morte?
Sogna il ricco la ricchezza…
che continui affanni gli offre…
sogna il povero… che soffre
la miseria e la tristezza….
sogna chi agli agi s’avvezza…
sogna chi nell’ansia attende…
sogna chi ferisce e offende…
e nel mondo… in conclusione…
sogna ognuno la passione…
ch’egli vive… e non lo intende…
Io sogno la prigionia
che mi tiene qui legato…
e sognai che un altro stato
mi rendeva l’allegria…
Che è la vita?… Frenesia…
Che è la vita?… Un’illusione…
solo un’ombra… una finzione…
e il maggiore bene… un bisogno
del nulla… la vita è un sogno…
e i sogni… non sono che sogni.

Pedro Calderón de la Barca

David Copperfield

Il brano antologizzato riguarda la terribile morte della prima moglie di David, Dora, che viene a mancare a causa di un aborto spontaneo.

Tento di trattenere le lacrime e di rispondere: «Oh, Dora, amor mio, eri adatta come lo ero io per essere un marito!»
«Non lo so,» e scuote ancora i riccioli come un tempo. «Forse! Ma se fossi stata più adatta al matrimonio, avrei reso più adatto anche te. Inoltre tu sei intelligente, e io non lo sono mai stata.»
«Siamo stati molto felici, Dora mia dolce.»
«Sono stata molto felice, molto. Ma, col passar degli anni, il mio caro ragazzo si sarebbe stancato della sua moglie-bambina. Sarebbe stata sempre meno un compagno per lui. E lui avrebbe sentito sempre più quello che mancava nella sua casa. Non sarebbe migliorata. È meglio che sia andata così.»
«Oh, Dora, cara, cara, non dirmi queste cose. Ogni tua parola mi sembra un rimprovero!»
«No, nemmeno una sillaba!» mi risponde baciandomi. «Oh, caro, non lo meriti, e io ti amo troppo per dirti una sola parola di rimprovero, davvero: è tutto il merito che ho avuto oltre al fatto di essere graziosa… o almeno tu mi consideravi tale. C’è molta solitudine da basso, Doady?»
«Tanta! Tanta!»
«Non piangere! C’è ancora la mia sedia?»
«Al suo solito posto.»
«Oh, come piange il mio povero ragazzo! Zitto, zitto! Adesso fammi una promessa. Voglio parlare ad Agnes. Quando scendi, dillo ad Agnes e mandamela su; e mentre le parlo non lasciar venire nessuno, nemmeno la zia. Voglio parlare solo ad Agnes. Voglio parlare ad Agnes da sola.»
Le prometto che verrà subito; ma, nel mio dolore, non posso lasciarla.
«Ho detto che è meglio che sia andata così!» mi mormora tenendomi fra le braccia. «Oh, Doady, fra qualche anno tu non avresti amato la tua moglie-bambina più di quanto la ami adesso; e dopo qualche anno ancora lei ti avrebbe così messo alla prova e deluso che tu non saresti stato capace di amarla nemmeno la metà di adesso! So che ero troppo giovane e stupidella. È molto meglio che sia andata così!»
Quando scendo in salotto, Agnes è lì; le comunico il messaggio. Scompare lasciandomi solo con Jip.
La sua pagoda cinese è accanto al fuoco; lui vi è sdraiato dentro, sul suo letto di flanella, tentando
lamentosamente di dormire. La luna brilla luminosa nell’alto. Mentre guardo fuori nella notte, le lacrime mi cadono copiose e il mio indisciplinato cuore è castigato duramente… molto duramente.
Mi siedo accanto al fuoco pensando con un sordo rimorso a tutti i segreti sentimenti che ho nutrito durante il mio matrimonio. Penso a ogni piccola cosa intervenuta fra me e Dora, e capisco la verità che di piccole cose è formata la nostra vita. Sempre risorge dal mare dei ricordi l’immagine della cara fanciulla quale l’avevo conosciuta dapprima, aggraziata dal mio giovane amore e dal suo, con tutte le magie di cui questo amore è ricco. Sarebbe stato davvero meglio se ci fossimo amati come due fanciulli e ci fossimo poi dimenticati? Indisciplinato cuore, rispondi!
Non so come il tempo trascorra; finché sono richiamato a me dal vecchio compagno della mia moglie-
bambina. Più inquieto del solito, si trascina fuori della sua casa, e mi guarda, e va incerto alla porta, e uggiola per salire.
«Non stanotte, Jip! Non stanotte!»
Torna molto lentamente verso di me, mi lecca la mano e alza verso il mio volto i suoi occhi appannati.
«Oh, Jip! Forse non avverrà mai più!»
Si abbandona ai miei piedi, si allunga come per dormire, e, con un grido lamentoso, muore.
«Oh, Agnes, guarda qui!»
…Quel volto, così pieno di pietà e di dolore, quel fluire di lacrime, quel terribile, silenzioso appello a me,
quella mano solenne levata verso il cielo!

Charles Dickens