Don Chisciotte

Il brano antologizzato è tratto dall’inizio del romanzo: Don Chisciotte impazzisce immergendosi nei mondi possibili dell’universo cavalleresco: egli decide di divenire un cavaliere in piena età moderna, divenendo l’eroe anacronistico per eccellenza.

Cosicché per il poco dormire e per il molto leggere gli si prosciugò il cervello, in modo che venne a perdere il giudizio. La fantasia gli si riempì di tutto quel che leggeva nei libri, sia d’incantamenti che di litigi, di battaglie, sfide, ferite, di espressioni amorose, d’innamoramenti, burrasche e buscherate impossibili. E di tal maniera gli si fissò nell’immaginazione che tutto quell’edifizio di quelle celebrate, fantastiche invenzioni che leggeva fosse verità, che per lui non c’era al mondo altra storia più certa. […] Col senno ormai bell’e spacciato, gli venne in mente pertanto il pensiero più bislacco che mai venisse a pazzo del mondo; e fu che gli parve opportuno e necessario, sia per maggiore onore suo come per utilità da rendere alla sua patria, farsi cavaliere errante, ed andarsene armato, a cavallo, per tutto il mondo in cerca delle avventure e a provarsi in tutto quello che aveva letto essersi provati i cavalieri erranti, spazzando via ogni specie di sopruso, e cacciandosi in frangenti ed in cimenti da cui, superandoli, riscuotesse rinomanza e fama immortale. Già si vedeva il poveretto coronato dal valore del suo braccio, Imperatore di Trebisonda per lo meno; e quindi, rivolgendo in mente così piacevoli pensieri, rapito dal singolare diletto che vi provava, si affrettò a porre in opera il suo desiderio. E la prima cosa che fece fu di ripulire certe armi appartenenti ai suoi avi, che, arrugginite e tutte ammuffite, da secoli e secoli erano state messe e dimenticate in un canto. Le ripulì e le rassettò meglio che poté, ma vide che avevano un grave difetto; non c’era una celata con la baviera a incastro, ma solo un semplice morione. A questo però supplì la sua ingegnosità, poiché con certi cartoni fece una specie di mezza celata che, incastrata col morione, faceva la figura di una celata intera.

Miguel de Cervantes

Fonte: Corrado Bologna, Paola Rocchi, Fresca Rosa Novella, vol. 2 A, pp. 155-156.

Racconti

I brani che riportiamo sono tratti dal racconto La Morte dell’Impiegato; Červâkov starnutisce su un suo superiore: in un attacco di psicosi, egli muore.

Una bella sera, il non meno bello usciere giudiziario Ivan Dmitrič Červâkov se ne stava seduto in una
poltrona di seconda fila e guardava col binocolo le «Campane di Corneville». Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine. Ma all’improvviso… Nei racconti si trova spesso questo «all’improvviso». Gli autori hanno ragione: la vita è così piena di cose inaspettate. Ma all’improvviso il suo volto si contrasse, gli occhi gli si storsero, il respiro gli si fermò… allontanò il binocolo dagli occhi e… apscì.!!! Starnutì, come vedete. A nessuno e in nessun luogo è proibito di starnutire. Starnutiscono i contadini, gli agenti di polizia e alle volte persino i consiglieri segreti. Tutti starnutiscono. Červâkov non si confuse per nulla, si asciugò la bocca e il naso col fazzoletto e, da uomo educato qual era, si guardò attorno per assicurarsi di non aver dato noia a nessuno. Ma allora sì che gli toccò di confondersi. Si accorse che un vecchietto seduto davanti a lui nella prima fila delle poltrone si asciugava accuratamente col guanto la calvizie e il collo, borbottando qualcosa. Červâkov lo riconobbe: era Sua Eccellenza il generale Bricàlov, un pezzo grosso del
Ministero delle comunicazioni.
[…]
«Sono stato qui ieri a disturbarvi,» balbettò egli quando il generale alzò su di lui lo sguardo interrogativo, «non per scherzare come avete detto voi. Per scusarmi sono venuto, perché con uno starnuto ho spruzzato… non pensavo affatto a scherzare. Come oserei scherzare? Se uno si permettesse di scherzare, dove sarebbe il rispetto dovuto alle persone di…?»
«Fuori di qui!» urlò ad un tratto il generale facendosi paonazzo in viso e tremando tutto.
«Come dite?» chiese Červâkov con voce tremante dal terrore.
«Fuori di qui!» ripeté il generale, pestando i piedi.
Červâkov sentì rompersi qualcosa nelle viscere. Non vedendo più nulla, non sentendo più nulla, indietreggiò fino alla porta, si trovò in istrada e trascinando i piedi s’incamminò. Arrivato macchinalmente a casa, senza togliersi la divisa, si sdraiò sul sofà e morì.

Anton Cechov

Giovanni Boccaccio, Decameron, 1350-1353

L’autore descrive la peste che colpì Firenze (e l’Europa intera) nel 1348, concentrandosi sul degrado morale della società che l’epidemia ha portato con sé in città. Sette ragazze e tre giovani uomini decidono di allontanarsi dalla città, ormai allo stremo, e ritirarsi nella campagna fiorentina


Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera Incarnazione del figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre ad ogni altra italica nobilissima, pervenne la mortifera pestilenza, la quale o per operazione de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’innumerabile quantità di viventi avendo private, senza ristare, d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata.

[…] E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse, e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura, e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano; era con sì fatto spavento quasi tribulazione entrata n’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava, e il zio il nipote, e la sorella il fratello, e spesse volte la donna e il suo marito; e , che maggior cosa è e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.

Tutti i racconti di Berto. L’alter Zeno della letteratura italiana





Giuseppe Berto: scrittore, drammaturgo e sceneggiatore. Una notevole vita tra onorificenze, opere letterarie e molto altro


Noto soprattutto per “Il male oscuro”, che su queste pagine abbiamo definito come il più importante romanzo italiano sulla psicanalisi insieme con “La coscienza di Zeno”, Giuseppe Berto fu anche un prolifico autore di racconti, che raccolti a suo tempo dallo scrittore stesso e ora nuovamente usciti in volume con la Bur. Al tema del male di vivere, qui, si accompagnano molti altri spunti, in particolare i ricordi militari dell’autore che formano in titoli quali: “La colonna Feletti”, “Avvenimento a Hereford”, “Sosta a Cassino”, “La vita militare”.
La scrittura tracima spesso nell’autobiografia vera e propria. Né vi è alcuna distinzione, in fondo nella narrativa bertiana, tra questi due aspetti, l’introspezione e la memoria. Tutte le scelte compiute dall’autore furono infatti improntate a una continua ‘uccisione del padre’: la scelta di arruolarsi, di combattere, di vestire la divisa fascista e rifiutarsi di collaborare con gli alleati, e poi quelle di ingaggiare contro la consorteria intellettuale a lui coeva una guerra polemica inesausta e dagli accenti talvolta eccessivamente acrimoniosi.
Lo scrittore di Mogliano Veneto, pure, ebbe ammiratori del calibro di Hemingway, ottenne un notevole riscontro anche all’estero e agguantò tra l’altro con ‘Il male oscuro’, nel 1964, una straordinaria doppietta: premio Viareggio e Campiello. Ma nemmeno il successo poté lenire un’insoddisfazione esistenziale che affondava in un rapporto così intimo e compromesso, che ebbe il suo climax con l’agonia paterna.

Giuseppe Berto fu “ostracizzato con livore oppure trascurato con simulata indifferenza quando era in vita” ed “è tuttora celato dalla cortina della rimozione letteraria”. L’affermazione di Paola Culicelli può essere difficilmente smentita. “Per qualche motivo sull’autore grava una damnatio memoriae”, prosegue l’autrice del saggio “La coscienza di Berto” sullo scrittore di Mogliano Veneto che, pure, ebbe ammiratori del calibro di Hemingway, ottenne un notevole riscontro anche all’estero e agguantò tra l’altro con ‘Il male oscuro’, nel 1964, una straordinaria doppietta: premio Viareggio e Campiello.
Proprio il successo, anzi, fu probabilmente una delle ragioni dell’ostilità dell’establishment culturale, insieme con un ‘eccesso’ di fascino che lo scrittore non mancò di usare con le donne, e con la scorrettezza politica: “Dando alle stampe prima Il Brigante e poi Guerra in camicia nera“, ricorda l’autrice, egli “si inimicò” sia gli anticomunisti sia gli antifascisti. Un attacco effettivamente malmostoso a Dacia Maraini, poi, non migliorò certo i rapporti di Berto con i colleghi.
Dopo il pregevole lavoro di Dario Biagi di qualche anno fa, arriva adesso a recuperare almeno parte della distrazione dei critici questo volume che però non si configura tanto come una biografia quanto come un saggio mirato all’aspetto centrale dell’opera più famosa dell’autore, assunta quale segnavia di tutta la sua produzione. In effetti, dopo ‘La coscienza di Zeno’, come la crasi del titolo del saggio di Cucinelli vuol far intendere, ‘Il male oscuro’ rimane il più importante romanzo italiano dedicato alla psicanalisi.
“Aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia. Eppure sono convinto che non soltanto una coscienza eccessiva, ma la coscienza stessa è una malattia”, scrive Berto, il cui senso di colpa gli viene trasmesso, secondo la diagnosi piuttosto classica della studiosa, dal padre, che in effetti fu sul piano storico un tipico Super-Io, perennemente insoddisfatto del figlio, per il quale ebbe solo espressioni denigratorie e sfiduciate. Un rapporto che conobbe il suo momento topico proprio “nel frangente estremo dell’agonia paterna” e che lo scrittore tentò di risolvere con tre anni di terapia, incapaci però di liberarlo del tutto da imprinting, fobie e cicatrici caratteriali quali l’ipocondria (“la fissazione maniacale di essere ormai segnato, condannato a essere ghermito dal cancro”), le dimostrazioni di coraggio come quella esibita con l’arruolamento volontario e soprattutto uno stato depressivo cronico, a quei tempi si parlava di “esaurimento” che lo portarono a una continua “spola da un medico all’altro”, alternata alle più varie auto-prescrizioni.

Marco Ferrazzoli


Giuseppe Berto, “Tutti i racconti”, Rizzoli (2012)
Paola Culicelli, “La coscienza di Berto”, Le Lettere (2012)


Fonte: Almanacco CNR – Recensioni – Tutti i racconti di Berto
Fonte: Almanacco CNR – Recensioni – L’alter Zeno della letteratura italiana


Giuseppe Berto – Biografia

Un affascinante viaggio nei sogni

Maurizio Bettini dedica il suo volume ‘Viaggio nella terra dei sogni’ ai tanti pittori, registi, fotografi che si sono cimentati con quest’oggetto inafferrabile, grazie anche a un corredo di immagini ricco e di ottima qualità, per quanto non si debba ridurre a mero catalogo un libro che è un saggio in piena regola

(copywrite immagine: mulino.it)


Curiosamente, nel cospicuo elenco di fonti citate da Maurizio Bettini in calce al suo ‘Viaggio nella terra dei sogni’, manca Akira Kurosawa. Eppure il cineasta giapponese in una delle sue ultime fatiche si impegnò nel tentativo estremamente arduo, e solo in parte riuscito, di trasformare in film il liquido mondo onirico: impalpabile, fragile, evanescente, come giustamente lo definisce il volume. Anche chi non avesse visto quella pellicola del 1990, ‘Sogni’, avrà però sperimentato l’inefficacia del racconto, proprio o di qualcuno, quando si prova a tradurre in parole quell’esperienza così unica. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, la traduzione verbale del sogno è un topos centrale della psicanalisi, Freud è citatissimo, così come quella figurativa è un luogo non meno frequentato dell’arte.
Bettini dedica il suo volume proprio ai tanti pittori, registi, fotografi che si sono cimentati con quest’oggetto inafferrabile, grazie anche a un corredo di immagini ricco e di ottima qualità, per quanto non si debba ridurre a mero catalogo un libro che è un saggio in piena regola. Per restare al cinema, si pensi a ‘Le notti bianche’, ‘Il terzo uomo’, ‘Otto e mezzo’, ‘Inception’, ‘Matrix’ e ‘Io ti salverò’ di Hitchcock, con scene di Salvador Dalì. Anche per le arti si apre una galleria amplissima dove ovviamente predominano le correnti più vocate, a partire dal surrealismo e da nomi e opere come ‘La chiave dei sogni’ di Magritte, i fratelli De Chirico e Savinio, il Dalì di ‘Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana’ e de ‘Il ponte dei sogni’, ‘Foto questo è il colore dei miei sogni’ di Mirò. Non meno cospicua la presenza della mitologia della quale l’autore, in quanto classicista, è un esperto: l’eponimo Oneiros, Hypnos il dio del sonno, indicativamente e inquietantemente gemello di Thanatos, Endimione, Penelope…
Ma l’iconografia e la letteratura incluse in questo ‘Viaggio’ sono davvero ampie e abbracciano da Igor Mitoraj al pupazzetto Lego, interprete di un’esilarante vignetta (È sempre lo stesso sogno, cerco di correre ma i piedi mi rimangono attaccati al pavimento); dalle citazioni più note come le shakespeariane “La sostanza di cui sono fatti i sogni” e ‘Sogno di una notte di mezza estate’ e ‘Il sonno della ragione genera mostri’ di Goya, ai meno scontati fumetti e manga; dall’Ermafrodito dormiente su un materasso in marmo di Carrara realizzato dal Bernini fino alla smorfia napoletana e alle foto di Maplethorpe. Si viaggia tra sogni erotici, premonizioni, incubi (da evidenziare il ruolo del diavolo incubo e succubo secondo la ‘Summa Theologiae’ di San Tommaso), insonnia; tra i sogni biblici e cristiani di Costantino, della Vergine, di Giuseppe, Giacobbe, e anche islamici (il viaggio notturno di Maometto nell’aldilà).
Tanto interesse nell’immaginario è accentuato dalla conoscenza razionale del sogno, che resta un po’ a margine del volume. I progressi delle neuroscienze e delle neuro-immagini ci consentono di capire sempre meglio cosa avvenga nel nostro cervello mentre dormiamo e persino di cercare di guidarlo: app, elettrodi, sonno polifasico, ipotermia indotta, ausilii, sogno lucido e riposo vigile, braccialetti smart, conservazione della qualità del sonno, tecniche per pilotare le visioni… Le frontiere sulle quali la ricerca è impegnata sono affascinanti, non meno delle immagini e delle parole che l’arte continua a regalarci.

Marco Ferrazzoli


Maurizio Bettini, “Viaggio nella terra dei sogni”, Il Mulino (2017)


Fonte: Almanacco CNR – Recensioni

L’arte di legare le persone

Paolo Milone racconta i suoi quarant’anni di lavoro in Psichiatria d’urgenza; un diario di incontri e scontri, di appunti brevi, di pensieri nudi e crudi, che diventano poesie da rileggere, da assaporare, da mandare giù.

Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura,
mi ritrovo a fare il lavoro che fa piú paura a tutti. […]

L’euforia è solo uno dei tanti disturbi mentali:
in altri il paziente è indifferente allo spazio,
in altri ancora, impensabile ma vero, è angosciato dallo spazio.
Il mondo è pieno di depressi che dormono su un divano senza neanche mettersi il pigiama,

o sul bordo del letto senza neanche tirare su il lenzuolo,
molti dormono su una sedia.
Se gli dai un letto matrimoniale, dopo un mese è intatto.
Preferiscono cosí. Non è di spazio esterno che hanno bisogno. […]

C’è chi ritiene che il ricovero in Psichiatria sia la cosa piú brutta al mondo. Talvolta la vita è ancora piú brutta.
Gli animali feriti si nascondono in una tana e si leccano le ferite:
Psichiatria è una tana. […]

Il bene e il male che facciamo a un’altra persona si riverbera
e si propaga in mille modi

tra i suoi parenti, amici e conoscenti
e, nel tempo, si trasmette a tutti i discendenti.
Sarà qualcosa di infinitesimo, un movimento atomico,
un’ombra, un fremito, ma esiste e si diffonde nell’universo.
Vedi, Giulia, noi contribuiamo a migliorare o peggiorare l’universo,
e, su questo, abbiamo una responsabilità. […]

È triste Lucrezia scoprirti un giorno mentre stai litigando a voce alta con nessuno.
Con che foga protesti, ribatti, chiedi scusa, insulti.
Sola nella stanza.
Sei l’accusatrice che ingiuria e minaccia
battendo i piedi per terra, con i capelli scompigliati,
poi sei la vittima che allarga le braccia piangendo e singhiozza. […]

Il sarto vede tutti mal vestiti,
il parrucchiere, tutti spettinati,
il cappellaio, tutti senza cappello,
il fisioterapista, tutti sciancati,
e io, psichiatra, vedo tutti matti. […]

Una notte insonne è breve per consolarsi del giorno prima.
Una notte insonne è breve per prepararsi al giorno dopo.
Aspra è la mattina: si riaprono i cassetti e riaffiorano i coltelli. […]

Ignorare la morte non rende immortali.
Neanche pensarci di continuo rende immortali.
Forse pensarci ogni tanto? […]

Non ci si uccide per una sofferenza quantitativamente piú grande – il suicidio avviene in uno stato mentale qualitativamente diverso.
Nessuna fantasia o esperienza dei viventi può aiutare a capire.[…]

Temi che le medicine si impossessino della tua mente e per questo le rifiuti.
Sbagli, Livia: è la depressione che si impossessa della mente,
le medicine restituiscono la chiave al proprietario. […]

Noi veniamo al mondo
non quando usciamo dal corpo della madre,
ma quando la madre ci abbraccia e ci riconosce
e, senza parole, ci contiene ancora in sé:
in questa matrice noi ci costruiamo.
La sacralità di questo abbraccio primigenio
si riverbera e balugina
in alcune contenzioni che noi facciamo. […]

L’arte di legare le persone.
Legare le persone al letto.
Legare le persone a te.
Legare le persone alla realtà

Legare le persone a se stesse.
Legare le persone è un’arte.
Inconoscibile.

Paolo Milone

Paolo Milone, “L’arte di legare le persone”, Einaudi, Torino, 2021

www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/larte-di-legare-le-persone-paolo-milone-9788806246372/

Tutto chiede salvezza

È la settimana dei mondiali del ’94, cinque uomini la passano nel reparto di psichiatria a seguito di un trattamento sanitario obbligatorio, meglio conosciuto come TSO. Daniele, appena ventenne, è la voce narrante, che racconta l’emarginazione, la paura, il dolore, ma anche la tenerezza, il conforto e la saggezza di uomini che implorano solo salvezza.

Ho paura, vorrei vicino a me la mia famiglia, la mia casa, la mia stanza. So perché mi trovo qui, so quello che è successo. La vergogna, i sensi di colpa, il ricordo di ieri sera mi travolge, vorrebbe tramutarsi in pianto. Ma non ce la faccio. […]

Mi piacerebbe dire a mia madre ciò che mi serve veramente, sempre la stessa cosa, da quando ho urlato il primo vagito al mondo. Quello che voglio per tanto tempo non è stato semplice da dire, tentavo di spiegarlo con concetti complicati, ho trascorso questi primi vent’anni di vita a studiare le parole migliori per descriverlo. E di parole ne ho usate tante, troppe, poi ho capito che dovevo procedere in senso contrario, così, di giorno in giorno, ho iniziato a sfilarne una, la meno necessaria, superflua. Un poco alla volta ho accorciato, potato, sino ad arrivare a una parola sola. Una parola per dire quello che voglio veramente, questa cosa che mi porto dalla nascita, prima della nascita, che mi segue come un’ombra, stesa sempre al mio fianco. Salvezza. Questa parola non la dico a nessuno oltre me. Ma la parola eccola, e con lei il suo significato più grande della morte.
Salvezza. Per me. Per mia madre all’altro capo del telefono. Per tutti i figli e tutte le madri. E i padri. E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri. La mia malattia si chiama salvezza, ma come? A chi dirlo? […]

“Che cura può esiste per come è fatta la vita, voglio di’, è tutto senza senso, e se ti metti a parla’ di senso ti guardano male, ma è sbagliato cerca’ un significato? Perché devo avere bisogno di un significato? Sennò come spieghi tutto, come spieghi la morte? Come se fa ad affrontare la morte di chi ami? Se è tutto senza senso non lo accetto, allora vojo mori’.” […]

“Lei prima ha detto che il mio problema potrebbe essere semplicemente chimico, magari fosse così, se fosse solo una questione di chimica basterebbe aggiungere, o diminuire, io sarei il ragazzo più felice del mondo, ma per ora tutto quello che ho provato non ha cambiato niente.” […]

“Lo stregone è arrivato» mi fa Mario, guardando in direzione della porta. La sua definizione mi fa sorridere.
«Perché stregone?»
«Perché dalla punta dei piedi sino al collo la scienza qualcosa ha capito, ma di qui sopra» e si indica la testa, «ancora niente, stiamo ancora al tempo della stregoneria, sono mutati i riti, le formule magiche, le erbe sono diventate pasticche, ma la verità è che la medicina brancola nel buio, magari domani si svegliano e ci dicono che la malattia che ci avevano affibbiato non è così certa, che il meccanismo d’azione di questa o quella cosa non è come avevano sempre pensato.” […]

“Questi sono posti che non vanno tanto a braccetto con la ragione, ma il rispetto verso gli altri è il primo comandamento, tanto ci pensiamo noi a farci del male.” […]

“Qui dentro la condanna non è il TSO, magari fosse quello, la vera pena affibbiata dal destino sta nella reiterazione del vissuto, come le repliche di uno spettacolo, un’eterna prima teatrale.” […]

“A te dico più o meno la stessa cosa: fidati pure dei farmaci, dei medici, ma non smettere di lavorare su te stesso, di fare di tutto per conoscerti meglio.” […]

“Per esempio ho capito che l’intelligenza è sopravvalutata, come la stupidità sottovalutata, che bene e male esistono veramente, che l’uomo può perdere tempo prezioso in mille modi stupidi, il più stupido di tutti è giudicare gli altri, perché è troppo facile, perché non serve né a noi né agli altri” […]

“Un uomo che contempla i limiti della propria esistenza non è malato, è semplicemente vivo. Semmai è da pazzi pensare che un uomo non debba mai andare in crisi.” […]

Forse, questi uomini con cui sto condividendo la stanza e una settimana della mia vita, nella loro apparenza dimessa, le povere cose di cui dispongono, forse loro, malgrado tutte le differenze visibili e invisibili, sono la cosa più somigliante alla mia vera natura che mi sia mai capitato d’incontrare. […]

La vera pazzia è non cedere mai. Non inginocchiarsi mai.

Daniele Mencarelli

Daniele Mencarelli, “Tutto chiede salvezza”, Mondadori, Milano, 2020

Pirandello, un autore in cerca di

In una sorta di psicobiografia, Annamaria Andreoli dettaglia la vicenda pirandelliana identificandovi una costante caratteriale che combina egocentrismo, depressione, ambizione. Lo scrittore novecentesco che meglio indagò contraddizioni, profondità, abissi dell’animo umano fu segnato dalle stesse caratteristiche di incertezza e insensatezza dei suoi personaggi e delle sue storie


Si potrebbe definire a buon titolo una psicobiografia, “Diventare Pirandello” di Annamaria Andreoli, un saggio monumentale che abbina uno stile narrativo molto coinvolto e coinvolgente a una precisione minuziosa nel dettagliare la vicenda pirandelliana. Il focus non è però meramente cronologico ma identifica, nelle vicende personali e professionali, private e famigliari, letterarie ed economiche, una costante caratteriale precisa, decisa, che potremmo definire un misto di egocentrismo, depressione, ambizione.
Il successo per Luigi Pirandello giunse alle soglie della vecchiaia, coronato nel 1934 dal premio Nobel per la letteratura, travolgente e improvviso quanto planetario, forse tardivo. Arrivò dopo centinaia di novelle, racconti, romanzi, saggi e opere teatrali. Ma la vita dello scrittore novecentesco che meglio indagò le contraddizioni, le profondità, gli abissi dell’animo umano (assieme a diversi altri colleghi, Italo Svevo in primis) fu segnata dalle stesse caratteristiche di incertezza e insensatezza che diedero la gloria ai suoi personaggi e alle sue storie. Le “maschere” della tragicomica condizione umana sembrano insomma calzare alla perfezione anche allo stesso Pirandello uomo e scrittore: divorato dall’ansia, votato maniacalmente al proprio talento e alla propria arte, affetto per decenni da sofferenze e frustrazioni.

Il libro di Andreoli ne dà conto producendo innumerevoli spunti e riferimenti, innnanzitutto poggiando sulle lettere ai famigliari, che rivelano un coacervo di affetti, interessi, dipendenze e ricatti, finzioni e menzogne, desideri e fantasmi, realtà e invenzioni della mente. È davvero difficile leggere i documenti qui indagati – molti dei quali per la prima volta – dall’autrice senza avere l’impressione di trovarsi nel backstage teatrale o nel cantiere letterario di un’opera pirandelliana. La formazione, i viaggi e le permanenze a Palermo, Roma e Bonn, la vita intima e sentimentale, la durezza del carattere, i malesseri, i tormenti si intrecciano agli avvenimenti letterari ed editoriali in modo indissolubile. La scrittura e il bisogno assillante di denaro; il matrimonio, l’insegnamento, i contatti e i contratti patiti come ragioni di sofferenza; la rivalità con Gabriele d’Annunzio (del quale, pure, Annamaria Andreoli è una studiosa di grande esperienza): lo scrittore del Caos – come artista e come autore – fu davvero “uno, nessuno e centomila”.

Marco Ferrazzoli


Andreoli Annamaria, “Diventare Pirandello”, Mondadori (2020)


Fonte: Almanacco CNR – Recensioni

Se Josef Mengele bussa alla porta

L’inquietante fascinazione iconica e narrativa esercitata dal nazismo trova nel medico di Auschwitz una figura di rilievo particolarmente sinistro, che alla follia ideologica aggiunge quella “scientifica”. Un po’ come nel film “I ragazzi venuti dal Brasile”, la biografia romanzata “L’ospite” di Margherita Nani mescola realtà storica e finzione letteraria


La fascinazione iconica e narrativa esercitata dal nazismo non è certo una novità, basti pensare alla collana video con le opere della regista di regime Leni Riefensthal che già decenni or sono L’Espresso, certo non sospettabile di nostalgie o simpatie verso il Terzo Reich, allegò al settimanale. Le dittature esercitano su di noi una contraddittoria fascinazione forse proprio perché rappresentano in forme e misure diverse l’abiezione umana, di chi comanda ma anche di chi obbedisce, in un’ambiguità che Hannah Arendt scolpì in modo indelebile ne “La banalità del male”. In questo contesto, il nazismo ha però assunto un inquietante primato: fotografia, filmografia, narrativa e saggistica sul devastante corso che Hitler impresse alla storia della Germania e del mondo intero sono, non a caso, sterminate.

In questo filone, la figura di Joseph Mengele assume un rilievo ancor più sinistro, poiché alla follia politica aggiunge quella “scientifica”. Mengele si erge, nelle gerarchie svasticate, come l’artefice più spietato degli esperimenti che dovevano tradurre in prove i teoremi razziali, utilizzando come cavie i deportati nei lager, bambini e gemelli in primis. La fuga in Sudamerica compiuta dopo il crollo del regime, la caccia inesausta compiuta per ritrovarlo e consegnarlo alla giustizia hanno ispirato “I ragazzi venuti dal Brasile”, film memorabile soprattutto per la sfida attorale tra Gregory Peck e Laurence Olivier, che vestono rispettivamente i panni di Mengele – impegnato nella creazione di 95 cloni del Fuhrer – e di Ezra Lieberman, personaggio ispirato a Simon Wiesenthal.
Il medico di Auschwitz è ora protagonista de “L’ospite. Le anatomie di Josef Mengele” di Margherita Nani: una biografia romanzata che, come la pellicola, prescinde molto dalla reale e misteriosa esistenza post-nazista di Mengele. Nel libro lo incontriamo nel 1955 a Candido Godoi, nel cuore del Brasile, dove si presenta come un misterioso tedesco in cerca di una stanza. Una famiglia di affittacamere lo accoglie ma Pia Souza, la figlia adolescente dei gestori, resta subito colpita da quello straniero riservato e imperscrutabile, il quale ricambia l’attrazione per la ragazza, molto lontana dai canoni ariani ma tanto pura e vitale da ispirargli emozioni fino ad allora sconosciute. Flashback e attualità, realtà storica e finzione letteraria si alternano nel libro, facendo emergere la diabolica malvagità dell’uomo, che non sarà mai sfiorato dal pentimento o almeno dal ripensamento per gli orrori compiuti.
Escamotage narrativo fondamentale del testo è però l’analisi psicologica che l’autrice compie sul protagonista, disegnato attraverso i rapporti con la famiglia di origine, con la moglie Irene e con Teresa, una ebrea assoldata quale collaboratrice ad Auschwitz come una personalità contraddittoria e fortemente complessata. Mengele non sembra avere davvero un’anima e l’esperienza brasiliana gli confermerà che non potrà mai trovare pace. Del resto non troverà mai nemmeno la punizione terrena.

Marco Ferrazzoli


Margherita Nani, “L’ospite. Le anatomie di Josef Mengele” (Brioschi, 2019)



Fonte: Almanacco CNR – Recensioni

Pazzi

Achille Campanile ragiona su chi sia davvero il pazzo, sul significato di pazzia e di saviezza. Finché simulavo la saggezza, mi sentivo pazzo. Abbandonandomi alla follia, mi sento savio.

Io certe volte sospetto di essere pazzo. E certe volte ne ho l’assoluta certezza e allora vorrei abbandonare ogni finzione di saviezza. Come è riposante non simulare più!

La cosiddetta saggezza non è assenza di pazzia, perché tutti abbiamo la stoffa dei pazzi. È soltanto la possibilità di simulare e possesso maggiore di alcuni freni. 

Il bello è, poi, che quando mi convinco di essere pazzo e decido di gettar la maschera della saggezza, mi sento in un certo senso rinsavito. Finchè simulavo la saggezza, mi sentivo pazzo. Abbandonandomi alla follia, mi sento savio. Andate a spiegare una cosa simile.

La maggior percentuale di sofferenze e di dolori- morali, s’intende- che ci procuriamo deriva dal fatto che, salvo alcune fortunate eccezioni, noi siamo dei pazzi costretti a fingerci savi e a regolarci come tali. Le fortunate eccezioni non si riferiscono a persone che non sono pazze, ma a quelle che, essendolo, non sono costrette alla simulazione.

Il male consiste nel fatto che il mondo riconosce ma non accetta la pazzia e perciò obbliga alla simulazione. Intanto, però, ognuno la riconosce soltanto negli altri. Spesso da quello di cui dice: <<è pazzo>>, il mondo pretende atti da savio.

Ora io non voglio dire che la saviezza sia infelicità e sofferenza. Lo è in quanto simulata. E questa apparente saviezza è la peggior froma di pazzia, la più sinistra, la più dolorosa. 

Invece la saviezza dovrebbe consistere nel capire quello che si è, ed esserlo veramente. Un pazzo sarà savio se si considererà pazzo e se si regolerà e ragionerà da pazzo. Sarà due volte pazzo se cercherà di regolarsi e di ragionare da savio. Beninteso, un savio sarà savio se si regolerà e ragionerà da savio.

[…] Basta afflitto, come dicevo, dal dubbio di essere pazzo, volli consigliarmi con un medico circa l’oppurtunità di sottopormi a un esame psichiatrico.

<<ma sei pazzo?>> mi disse quegli. <<perché vuoi farlo? Sarebbe una pazzia andare a mettersi in bocca al lupo>>

<<Naturalmente>> dissi << se sono pazzo, niente di strado che commetta delle pazzie>>

[…] Malrgado il parere del medico, mi presentai al manicomio e chiesi d’essere messo in osservazione.

<<che sintomi avete?>> mi domandò il direttore.

<<ecco, io mi considero pazzo>>

<<non basta. Bisogna assodare se lo siete davvero.>>

<<Perché? Nel caso che io fossi pazzo, lei mi considererebbe pazzo?>>

<<evidentemente>>

<<e sbaglierebbe. Se io fossi realmente pazzo, non sarei pazzo a considerarmi pazzo. Mentre, se non lo fossi, è chiaro che lo sarei per il fatto di ritenermi tale.>>

<<ma in che consisterebbe allora la vostra pazzia?>>

<<nel credermi pazzo senza esserlo.>>

<<ma allora non sareste pazzo, se non lo siete>>

<<Lo sarei in quanto, senza esserlo, mi ritengo tale. Se mi ritenessi pazzo essendolo realmente, questo mio credermi pazzo non sarebbe pazzia; mentre lo è se non lo sono.>>

Il direttore del manicomio si passò una mano sulla fronte. 

<<voi mi fate diventare pazzo>> mormorò.

Si volse l’assistente:

<<cosicchè, dovremmo metterlo al manicomio se non è pazzo?>>

<<Precisamente >> fece l’assistente. <<Perché, non essendolo, ritiene di esserlo. Questa è la sua forma di pazzia>>

<< ma con questo ragionamento>> obbiettò il direttore << se fosse pazzo non lo metteremmo al manicomio>>

<<Beninteso. È pazzo se non è pazzo>>

<<ma siete pazzo voi>>

<< Sarei pazzo se non ritenessi pazzo uno che non essendo pazzo si considera pazzo e che non sarebbe pazzo a considerarsi pazzo, se fosse realmente pazzo.>>

A tagliar corto il direttore mi sottopose a una minuziosa visita, sperimentò le mie reazioni, mi interrogò e alla fine mi batté affettuosamente la mano sulla spalla e disse congedandomi:

<<Andata, andate tranquillo; questo vostro ritenervi pazzo non è sintomo di pazzia, inquantoché siete realmente pazzo>>.

Me ne andai tranquillizzato, sereno, ormai, essendomi tolto un gran peso dallo stomaco: dunque non sono pazzo, visto che sono pazzo.

Achille Campanile

Treccani Enciclopedia Online

Achille Campanile, “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima” (1974)